ti piace rilasciare interviste?
se sono un modo per spiegare le ragioni del mio lavoro. altrimenti non molto. le interviste ai disegnatori in genere sono noiose perché si finisce sempre per parlare di china, carta, pennelli, pennarelli. non ho mai sentito un giornalista chiedere a un regista che pellicola usa, o un giornalista che chiede a un cantante “sei contento delle tue corde vocali?”. si va alla sostanza. si parla del lato esperienziale che sta dietro al processo creativo. si lasciano da parte i tecnicismi…
ho letto questa storia. me l’hai spedita e l’ho letta subito. mi ha colpito il mood collodiano. è una storia brillante, che scorre velocemente. come scorrono fin troppo velocemente i capitoli nel vero pinocchio di collodi. e il finale… è davvero pesante.
pesante?
sì, molto triste.
quella fiaba sembra davvero scritta per diventare un fumetto. ha i tempi del fumetto commerciale. pochi silenzi, dialoghi veloci. nessun tempo morto. ironica anche nelle sequenze più tragiche. i fumetti scritti così non mi sono mai piaciuti, ad essere sincero. ma non volevo creare qualcosa di diverso. avevo le mani legate. non volevo ‘migliorare’ quell’impianto narrativo. volevo ribaltarne i contenuti, la morale… ma mi ero imposto fin dall’inizio di non stravolgere la storia nella sua struttura originale.
collodi aveva scritto “le avventure di pinocchio” per i ragazzini del suo tempo e io di conseguenza avrei fatto qualcosa per i ragazzini di oggi. anche se molti dei ragazzini di oggi hanno trent’anni… non consiglio questa storia ai lettori troppo adulti. credo sia adatta per degli adolescenti che sono venuti su con merendine confezionate e tv. è un modo per dirgli: sveglia! il mondo vi sta tradendo. vi sta scavando dentro. se non fate qualcosa per implementare il vostro senso critico, fra dieci anni sarete pronti per essere i primi kamikaze di cultura occidentale. pronti per farvi macellare.
come è stato il rapporto con vittorio pavesio, hai avuto pressioni? nella storia si parla di pedofilia, di…
buono. un rapporto molto buono. ha letto la storia e l’ha trovata interessante. non mi ha chiesto di fare nessuna modifica. vittorio è un mattacchione, scherza sempre, ma mi ha dimostrato di essere molto serio, equilibrato e rispettoso… credo che non abbia mai fatto pressioni sui suoi autori. se gli piace il tuo lavoro ti aiuta a realizzarlo. non è uno di quelli che cercano di imporre la propria visione, il proprio marchio di fabbrica. per certi versi è l’editore perfetto. ti chiede solo di inventare cose e di lavorarci su. e poi ti chiama di rado… non ti sta addosso. ti lascia lavorare.
perché hai pensato a lui e non, ad esempio, ad un editore francese?
la vittorio pavesio è presente anche in francia. distribuirà il mio libro anche lì.
non ho pensato all’editoria francese perché… non so, c’è un certo inflazionamento di disegnatori italiani in francia… ma gli autori italiani che lavorano lì sono pochi. non è facilissimo imporre progetti autoriali. non vedo il mercato francese come un obiettivo assoluto. la mia priorità è raccontare le mie storie. e anche un editore tedesco o egiziano, se te lo lascia fare, è un buon editore.
perché fai fumetti?
è indubbiamente una scelta. ma non so quanto consapevole. ho sempre scritto storie e ho sempre disegnato. forse il fumetto è l’unica arte che riesce a tenere insieme questi due aspetti creativi. a farli partecipare. ma non sono un fanatico del fumetto. ci sono pochi autori che mi appassionano davvero. non leggo molti fumetti. non credo che farò fumetti continuativamente per tutta la vita. del resto… non l’ho mai fatto. ci sono anche altre cose che mi interessano. però se decido di farne uno sono capace di lavorarci anche quindici ore al giorno.
per pinocchio è stato un massacro. un anno molto intenso. ho voluto curare tutti gli aspetti di questo libro, la storia, i disegni, i colori, la grafica, la copertina. volevo prendermi ogni responsabilità. volevo che fosse totalmente… non mio, ma frutto di me. lo prendi in libreria ed è come portarsi a casa una scultura. quel libro, quell’oggetto libro, è il frutto di un’unica persona. mario checchia (responsabile editoriale della vittorio pavesio, n.d.r.) mi ha chiesto se volessi essere presente in tipografia per seguirne la stampa… e ho detto subito di sì. la tipografia la vedo come la sala d’incisione per un musicista… lì si sceglie il suono di un libro. trovo che sia un momento formidabile. venendo dalla pittura ho sempre considerato l’originale, il quadro. nei fumetti la tavola originale non ha quasi senso, non è quella che arriva alla gente, ai lettori arriva la riproduzione… e quindi devi fare in modo che sia fedele il più possibile alla tavola che hai pensato.
quanto tempo era che non pubblicavi un fumetto?
tantissimo. negli ultimi otto anni ho pubblicato solo storie brevi negli stati uniti… su heavy metal. poche. tre o quattro. non sono un fissato della visibilità, dell’esserci a tutti i costi. ho avuto proposte da editori che ho sempre rifiutato. non mi va di lavorare con gli sceneggiatori professionisti. lo stesso eastman (editore di heavy metal, n.d.r.) mi chiede fumetti, ma io non mi metto lì ad inventare storie. se arrivano ci lavoro su, altrimenti aspetto. le storie devono maturare… non credo nelle forzature… il processo creativo ha bisogno dei suoi tempi. e i miei sono lunghissimi.
ho iniziato a lavorare molto presto su riviste che vendevano tanto come poteva essere blue, di francesco coniglio… e poi, nel momento in cui ti trovi a qualche mostra mercato e tutti - bene o male - ti conoscono… ti viene da pensare: per cosa mi conoscono? con cosa mi sto presentando agli altri? e mi sono fermato. voglio dire: mi sono fermato davvero. non ero molto soddisfatto del lavoro che avevo fatto…
in questi otto anni ho insegnato, dipinto, scritto, viaggiato, fotografato… ho pensato anche storie a fumetti e ho realizzato due libri che ancora non sono finiti e che ultimerò quando sarà il momento, magari ci vorrà ancora qualche anno. ma non ho fatto il fumettista professionista. ho fatto altro, appunto. ho scritto anche un romanzo… che non proporrò mai ad un editore per timidezza. e altre cose ancora… ma il pubblicare le mie cose non ha mai avuto la priorità. non è falsa modestia, conosco le mie capacità, ma la ricerca di un pubblico… non è il mio motore. neanche il mio carburante.
pinocchio è stata - stranamente - una sorta di tempesta. lo volevo vedere in libreria. volevo tenerlo in mano, che diventasse cosa fisica, reale. prendi una cosa astratta come un’idea e la vuoi vedere diventare materia. prendi un pezzo di metafisica e lo porti sulla terra. lo so, è una cosa assurda…
di cosa parla il tuo romanzo?
dell’arte. dell’attività onirica. la protagonista è una pittrice. dipinge post-umani. si chiama francesca. è disperata.
me lo passi?
no.
ti definisci artista politico. e soprattutto affermi di essere un artista.
uno che lavora con la crema e la pasta sfoglia cos’è? lavora la notte, indossa un camice bianco…
penso… un pasticcere.
risposta esatta! (risate) e uno che disegna, dipinge, scrive…
mmh…
risposta sbagliata. è un artista. il pasticcere non ha nessun problema a definirsi tale. perché un artista dovrebbe provare pudore nel definirsi artista? il fumetto non è definito anche “arte sequenziale” e “nona arte”? come fa ad essere un’arte, se i fumettisti non possono essere definiti artisti? poi… se si è grandi pasticceri o grandi artisti… questo lo stabiliscono gli altri. o il tempo… ma questa cosa tutta italiana del vedere nel termine ‘artista’ il primo sinonimo di superbia… è ridicola. essere un artista non significa niente in sé. non ti da un valore aggiunto. |