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per te esistere significa darsi un senso?
io ho consapevolezza di essere vivo. mi sembra talmente vero che sembra essere questo… il senso. io sono vivo. altro non so. dunque, non posso scegliere che senso darmi, oltre a questo. sarebbe ridicolo. e abbastanza ipocrita. presuntuoso. a quel punto tanto meglio sforzarsi di credere in dio. se hai voglia di prenderti in giro, allora… fallo per davvero (risate). non è che essere un artista, un cameriere o un ornitorinco… ti da un senso che trascende i limiti biologici. l’unica cosa che posso fare, in quanto essere umano, è stimolare e nutrire la mia curiosità verso la vita. verso il ‘dove mi trovo’ con questo attrezzo sensoriale che è il mio  corpo. osservarla, nel mio caso, la vita… e raccontarla per come la vedo io. questo intendo quando dico di avere una visione. tutti ne hanno una. e la prendo molto seriamente, certo. chi passa tutti i pomeriggi a guardare la tv, magari crede anche in dio… ma non nella possibilità di esistere.   

abc.
sì.

ho letto tutta la parte che hai postato sul tuo blog. l’ho trovato delizioso. e tremendamente drammatico, anche. me lo sono stampato e letto. e poi l’ho riletto ancora… vorrei sapere come procede. mi ha lasciato a metà, ne vorrei ancora.
guarda, quella è una storia che mi sta facendo davvero male. e ho voluto fermarmi un po’ per pensare. e ogni giorno, comunque, prendo appunti e faccio schizzi di sequenze. sta procedendo. e credo che lo finirò presto.

ti sta facendo male.
avevo scritto quella storia per un’amica disegnatrice che poi non se l’è sentita di realizzarla. e quello storyboard è rimasto fermo quasi un anno in un cassetto. e poi è successo di mia madre, e… non so, è come se a quel punto fosse stato necessario che la riprendessi in mano, viste le tematiche che tratta… e che fossi io a disegnarla. inizialmente era una storia a fumetti, ora sta diventando un romanzo disegnato. c’è molto dell’esperienza che ho vissuto. la morte, come muoiono le persone. le persone muoiono come i gatti. rantolando nei loro ultimi giorni di vita. le persone muoiono così, senza ultime frasi epiche, in posizioni scomposte e emanando cattivi odori. con lo sguardo degli animali che muoiono. con lo stesso timore che si tengono dentro. e allora tutto quello che ti hanno raccontato sulla vita, sulla morte… diventa… si trasforma in una menzogna. evidente. palese. inaccettabile, ma  anche necessaria… per chi riesce a crederla. e rivedi tutto sotto un’altra luce. avevo perso amici carissimi… ma l’accompagnare una persona giorno per giorno verso la sua fine, ti fa pensare a tutto. a tutto. e ti senti male, perché capisci che è meglio aprire gli occhi e riguardare tutte le cose che fino a quel momento ti sembravano le semplici cose della vita. e dargli nomi nuovi e significati diversi. e infine arrendersi.
adesso guardo i miei gatti e penso… loro non credono in dio. loro guardano le cose senza la necessità di spiegarle. non danno nomi alle cose. non hanno la voglia di mentirsi. l’idea di dio non li attraversa a tal punto da non farli peccare di superbia. perché la superbia… è credersi figli di un dio. altro che definirsi artisti…

però, in abc, sembra che…
in abc non sembra niente. gli sviluppi di quella storia sono imprevedibili. è una storia che mente continuamente al lettore. e il lettore tende a credere sempre nelle storie che legge. fino alla fine. sospensione dell’incredulità. credo di aver basato tutta la storia, su quella sospensione. quella storia mi sta dando dei grossi calci nelle palle anche a me che la sto scrivendo.

è per questo che hai smesso di postarla sul blog?
sì. preferisco che arrivi tutta insieme.

non dirmi altro.
giuro.

scrivi senza le maiuscole.
vero. mi piacciono le cose o tutte maiuscole o tutte minuscole. nel minuscolo, trovo la maiuscola molto arrogante. soprattutto quella dei nomi propri di persona. non c’è nessun’altra cosa al mondo che si chiami francesco o gabriele o anna o monica… se non un essere umano. dunque, perché fare distinzioni? è solo la solita idea balorda che vede l’uomo superiore a qualsiasi altra cosa esistente. l’uomo al centro dell’universo. e questa non è la mia visione.
ho assunto troppi acidi, nella mia vita, per credermi superiore anche solo a un barattolo di conserva.

a cosa stai pensando?

pensavo a quello che hai detto prima sull’approccio egoistico verso ciò che fai. non pensi che lo facciano già in molti? così non si rischia di cadere nell’autobiografismo, nell’autoreferenzialismo e di risultare non chiari? un po’ troppo ermetici… non c’è il rischio della sega-mentale?
dei rischi da correre ci sono in qualsiasi modo decidi di procedere. ovvio. io adoro inventare storie e raccontarmele come se non ne fossi io l’inventore. mi spiego: scrivo storie che voglio riuscire comunque a comprendere. questo per me è davvero importante. sono molto autocritico, mi faccio un sacco di domande su come sto raccontando una cosa, e se io capisco una storia che ho scritto, so che ci possono riuscire anche gli altri. mi sto riferendo alla comprensione di fondo, poi, ovviamente, ogni lettore ci mette del suo. è per questo che faccio sempre leggere i miei storyboard agli amici prima di iniziare a disegnare le tavole definitive di un fumetto. mi faccio dire da loro se ci sono dei punti ‘oscuri’ nel plot. la chiarezza mi sta molto a cuore.
le seghe mentali proprio non le sopporto. è per questo che sono un po’ stufo della scena underground… in genere. per molti decenni si è lasciato intendere che l’artista fosse colui che fa cose incomprensibili. e questa idea esiste ancora oggi, in certi ambienti. perché questo comportamento crea un certo mistero, un certo fascino intorno alla figura dell’artista e alla sua opera. ma non ho mai pensato che il mistero fosse cosa legata al fascino. o viceversa. non esistono persone misteriose. ci sono persone che sanno e che vogliono spiegarsi e altre che non lo sanno o non lo vogliono fare. chi non si spiega… non ti lascia entrare nella sua sfera più intima. blocca la comunicazione, la relazione fra te e lui. e questo è tutt’altro che stimolante, nei rapporti umani. tanto più nell’arte.  

un mio amico stava guardando le tavole di pinocchio sul mio portatile, ieri… e ha notato la miriade di chiavi che hai disegnato in questo libro. ne hai disegnata una anche fra le tegole di un tetto. che ci fa una chiave su un tetto?
ho disegnato chiavi ovunque. la chiave in questo caso simboleggia “la chiave di lettura”. la metafora su cui mi stavo muovendo.

tutto qui? ho l’impressione che mi stai nascondendo qualcosa… in questo caso sembri voler fare l’artista misterioso (risate). c’è la foto di una chiave anche in quarta di copertina. perché?
è tutto molto più complesso. ma non utile ai fini della comprensione di questa storia… quindi posso anche non spiegarmi. soprassedere e lasciare su questo un certo… sì, un certo mistero.

sembri non credere troppo nella cifra stilistica. i tuoi lavori sono tutti differenti. anche se riconoscibili.
ogni storia ha bisogno di suggestioni visive diverse. dunque… mi adatto al racconto. in abc, ad esempio, non era necessario un disegno troppo definito. sarebbe risultato stucchevole. inutile. barocco. e poi non credo nella staticità. ogni cosa mi cambia. ogni giorno della tua vita ti da e ti toglie qualcosa. manara, tanto per fare un nome, disegna così da decine di anni. non è successo niente di rilevante nella sua vita? niente che lo abbia incuriosito più di se stesso? io non ci credo. quelli sono marchi di fabbrica. da un artista pretendo evoluzioni e involuzioni… pretendo ricerca, pretendo onestà. adoro anche le cadute, gli sbagli, le ingenuità… se avvengono in nome di una sperimentazione sincera.
non siamo più nel trecento, in cui un artista faceva la stessa vita di suo nonno e la stessa vita che avrebbe fatto suo nipote… qui ogni giorno il mondo viene stravolto da scoperte, invenzioni, ricerca, guerre in diretta tv… è un periodo che non può lasciare un artista immutabile nel tempo. come ha detto umberto eco, ogni decennio del novecento rappresenta un periodo storico distinto. così, si parla del quindicesimo secolo e del diciottesimo come si parla degli anni cinquanta, settanta, novanta. pensa ad una persona che è nata nei primi del novecento… ha visto il mondo trasformarsi mille volte... e uno, secondo te, può continuare a fare le stesse donnine nude col solito tratto tremolante? ma questo non è essere un fumettista… è essere ciechi difronte al mondo. è non sentire i suoi stravolgimenti continui. è aver chiuso la propria sensibilità nei confronti del ‘dove mi trovo’. probabilmente… è essere già morti e non saperlo.

qui esageri.
forse sì. (risate)

perché ti firmi ausonia?
mmh. da ragazzino mi firmavo così. poi c’è stato un periodo in cui ho fatto cose di cui non ero molto soddisfatto. sono stato assente per un bel po’ di tempo. adesso sono tornato. e mi piace di firmarmi come quando ho cominciato.

da dove viene questo nome?
da una vecchia fabbrica chimica abbandonata che c’è vicino casa mia. uno dei siti più inquinati della toscana. conserva ancora dei liquami molto tossici… ausonia.

non è un nome molto rassicurante, allora.
no, non molto… e mi piace per questo. come ho detto prima non vedo l’arte come qualcosa di consolatorio.
senti, mi fa male l’orecchio… ho la cornetta del telefono incastrata nell’orecchio. io la finirei qui. non hai l’orecchio dolorante?

ho fatto tutto in vivavoce.
maledetta.

 

Intervista a cura di Gea

 

 
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