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LA STORIA DI COLLODI E’ UNA MERDA Pagina 1/2  
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mi sarebbe impossibile andare in ordine nello spiegare da dove mi sia nata l'idea, e come si sia evoluta... quindi spero che le cose verranno man mano, scrivendone.

l'idea forse è nata quand'ero piccolo. era il 1979, mia madre mi forzava ogni mattina, prima di andare a scuola, a leggere qualche pagina di una vecchia edizione di pinocchio (casa editrice adriano salani, 1946) illustrata benissimo da f. faorzi.
il punto è che a sei anni tutto ciò che provi a leggere... lo detesti. fai fatica, è difficile, così ancor prima di capire di cosa stia parlando il libro che hai fra le mani, sai già che lo odi. che lo odi profondamente.

andavo a scuola e ogni mattina dicevo a qualcuno "pinocchio è una merda". e per anni (una ventina) ho ripetuto "pinocchio di collodi… è una merda assoluta".

nel 1999 qualcuno mi disse che mi sbagliavo di grosso, che collodi aveva scritto qualcosa di incredibilmente interessante. decisi di comprarne un'edizione economica, giunti, mi pare... con le bellissime illustrazioni di c. chiostri incise su legno da a. bongini.
lo lessi in un giorno.
più lo leggevo, più mi sembrava incredibile scoprire che: pinocchio di collodi è un libro pericolosamente sovversivo che spinge all'omologazione e alla perdita dell'individualità. che obbliga i figli a riconoscere i padri come padroni a cui sacrificare la propria vita e le proprie aspirazioni. che nel mondo collodiano non c'è spazio per le scelte personali, dove ognuno è obbligato a servire la collettività anche se si tratta di una collettività di mostri, animali, ladri, assassini e sfruttatori corrotti. un libro, non a caso, particolarmente letto durante il ventennio fascista.

passarono ancora degli anni. i motivi per cui continuavo a parlare male di quel libro erano cambiati, ma continuavo a parlarne male.
avevo letto ancora una volta pinocchio e, nonostante le mie opinioni a riguardo, notai che conteneva non poche suggestioni visive... cominciai a riconoscere che c. collodi era comunque riuscito a creare un'ambientazione straordinaria e che i suoi personaggi, appena nati dalla sua penna, erano già dei classici: mangiafuoco, il gatto e la volpe... credo ne fosse consapevole lui stesso.
nel momento in cui pinocchio entra nel "teatro dei burattini" di mangiafuoco, le maschere classiche come pulcinella e arlecchino, lo riconoscono subito, urlano "è il nostro fratello pinocchio!" come se fosse già uno di loro. un classico, appunto. e in quel caso ho trovato collodi davvero moderno, presuntuosamente pop. grandioso.

ma in quell'ultima lettura del libro cominciai ad individuare cose, nel testo, quantomeno contraddittorie.
la prima fu proprio il nome che geppetto mette al suo bambino. pinocchio.
se io fossi un povero vecchio solo, desideroso di avere un figlio... bé, chiamerei il figlio/fantoccio (che ho appena creato), mario. felice. giorgio. francesco. insomma, gli darei il nome di un essere umano. perché desidero che lui diventi di carne e che viva felice. "occhio di pino" è il nome di un bimbo di legno impossibilitato a crescere. di una marionetta. e quando geppetto spiega le origini di quel nome dice "lo voglio chiamar pinocchio. questo nome gli porterà fortuna. ho conosciuto una famiglia intera di pinocchi: pinocchio il padre, pinocchia la madre e pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. il più ricco di loro chiedeva l'elemosina".
ora, i nomi propri sono come degli auspici, dei portafortuna che i genitori regalano ai figli... esiste il nome gioia, non tristezza. speranza, non vanasperanza. esiste vittorio, non sconfitto. franco, non subdolo...
certo, geppetto sembra un uomo di spirito, ma il suo amore morboso per quel bambino è troppo profondo per dargli un nome che lo inchiodi per sempre al legno, alla sua non-umanità. stranissimo.
e poi c'era nuovamente il contesto socio/culturale dell'ambientazione della storia. un mondo orribile, popolato da persone cattive e corrotte. in tutta la fiaba (tranne che per la "bella bambina dai capelli turchini" e il grillo parlante – la coscienza di pinocchio) non c'è un personaggio positivo. neanche i bambini che vanno a scuola e studiano sodo sono dei bravi ragazzi. sono delle merde che in un caso (poco conosciuto) uccidono un compagno di classe. e allora perchè geppetto vuole che il figlio vada a scuola se neanche la cultura ti può salvare dalla bassezze umane? e i gendarmi? sono dei dementi agli ordini di giudici corrotti.
collodi parlandoci della trasformazione di un monello in "bambino perbene" ci parla di un contesto sociale degradato e violento. e lo fa con toni davvero splatter, a volte. scene che la disney non ha potuto che censurare nella sua bigotta e squallida versione cinematografica. come quella in cui i due assassini (il gatto e la volpe) cercano di derubare il burattino: "allora l'assassino più piccolo di statura, cavato fuori un coltellaccio provò a conficcarglielo, a guisa di leva e di scalpello, fra le labbra: ma pinocchio gli azzannò la mano con i denti, e dopo avergliela con un morso staccata di netto, la sputò".
le bugie di pinocchio sono niente rispetto agli orrori commessi dalle persone che popolano il suo mondo. sono tutti più marci e bugiardi e cattivi di lui... e allora perché quella cavolo di fata turchina si accanisce tanto contro di lui? perché non usa i suoi poteri per mettere ordine nella sua società di assassini? perché sono tutti di carne quando sono loro i veri burattini di legno incapaci di essere umani?

pinocchio è una vittima del mondo in cui vive. questo capivo della fiaba di collodi. pinocchio è un "arancia meccanica" ante litteram. ecco perché geppetto gli da quel nome. perché niente potrà salvare quel bambino dal suo destino di schiavo, appeso per i fili.

in quel periodo seppi che gipi stava girando "i cento pinocchi" un medio metraggio su una famiglia di burattini che costruiva burattini... mi parve interessante.
mi chiamò una volta, perché aveva saputo che da ragazzino avevo lavorato in teatro come truccatore e aveva il problema di come mettere i nasi lunghi agli attori (ovviamente risolse tutto acquistando nasi da pinocchio in latex su internet... e io non gli fui di nessun aiuto). ma ebbi modo di parlargli di un'idea che avevo avuto su una possibile rilettura di quella fiaba (terribile) una volta… a pranzo, credo. gliene parlai come se ci stessi pensando da tempo ma invece mi venne fuori per la prima volta, così, di getto e ci sembrò buona. mi pare. ma da quel giorno cominciai a prendere appunti e a volerne fare un libro a fumetti.

l’idea era semplice ma efficace. usare il libro di pinocchio come fonte e ricavarne una sceneggiatura al contrario.
così immaginai un mondo popolato da burattini, in cui ce n’è uno, geppetto, che fa il macellaio… trova un pezzo di carne parlante e decide di farne un bambino, che dovrà essere così ubbidiente da sembrare un burattino.
eccola l’idea. e mai come in questo caso la fiaba di pinocchio mi è sembrata più coerente e vera. non dovevo inventare nulla. era gia tutto scritto, ma era tutto sbagliato e dovevo correggerlo e metterlo apposto. facile.
la bella bambina dai capelli turchini è una fata? no, è una strega. i conigli che portano la bara sono neri? no, sono bianchi. lucignolo? no lucy, perché è una ragazza.
il protagonista si chiama pinocchio? sì, perché è nelle aspettative di suo padre che lui diventi di legno.

nel giugno del 2005 disegnai alcune tavole di prova. erano prove per me stesso, ovviamente. niente di definitivo da poter essere mostrato a un editore. e poi la storia definitiva non c'era ancora, solo un'intuizione, inutile cercare di convincere un editore a parole. volevo fare qualcosa di straordinariamente interessante (nei miei propositi) e poi chiunque lo avrebbe voluto pubblicare!
vabbé...

non ero del tutto soddisfatto del risultato. avevo colorato le tavole con photoshop e sembrava però mancare qualcosa.
in quel periodo le mostrai a marco bianchini, che oltre a lavorare per bonelli e essere il mio super direttore alla scuola internazionale di comics di firenze, aveva appena ultimato un lavoro per la vittorio pavesio. ne fu entusiasta e mi propose di mostrarle all’editore torinese.
ok. ma non ero molto convinto. c’era ancora da sviluppare il tutto e quelle tavole sembravano solo una prova riuscita a metà. e poi le proposte editoriali di pavesio (sky doll, ego sum, termite bianca, i custodi del maser) mi sembravano davvero distanti da quella mia idea che era così politica e senza speranza…
misi le quattro tavole in un cartone piegato in due, l’idea scritta su tre righe e qualche schizzo dei personaggi principali… il plico sembrava il foglio che avvolge un panino disgustoso. non avevo messo nessun tipo di amore in quella proposta. nessuna speranza.
era luglio. faceva caldo. stavo cercando di ultimare la mia nuova storia per heavy metal e avrei dovuto traslocare dalla casa a firenze per chissà dove. qualcuno mi disse che sarei finito in campagna. lontano da tutto. aveva ragione.

i primi di agosto ricevo la telefonata di vittorio. gentilissimo. mi dice di spedirgli lo storyboard e parla subito di bozze di contratto. ovviamente lo storyboard che avevo era solo un quaderno zeppo di appunti e schizzi incomprensibili… mi chiese di farne una bozza più chiara e di inviargliela presto. venti giorni a lavorre quattordici ore al giorno. ma senza sentirmi come quel pirla di berlusconi. la storia comincia a venire fuori. la penso per un albo di 64 pagine, poi scopro che non è possibile e che l’unico limite erano le 58. aggiungere è facile. togliere un inferno. ma ce la faccio. non solo, scrivo la storia in modo che abbia delle tavole che si possono togliere senza togliere niente alla storia… lo faccio per ottenere un albo di 46 pagine per un eventuale edizione negli stati uniti. come le scatole cinesi. viene bene. sono soddisfatto e stanchissimo. spedisco il tutto a torino.

faccio leggere lo storyboard ad alcuni amici prima di avere una risposta dalla pavesio. scelgo gli amici più stronzi, giusto per avere sane critiche costruttive. le risposte sono: “bello”, “spacca”, “mollica non lo recensirà mai al tg1”…         

e qualche giorno dopo c’è vittorio con la sua bella voce al telefono. è la storia di una sconfitta, mi dice. e capisco che ha capito.

 

 
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